Una rappresentazione sofisticata e astratta del concetto di upcycling food.

Upcycling Food: come trasformare scarti agroalimentari in benessere

Quando spremi un melograno per ricavarne il succo, la parte che finisce nel cestino (la buccia e le membrane bianche che tengono insieme i chicchi) porta con sé una quota di composti fenolici più alta di quella dei chicchi che hai appena spremuto [1]. Succede lo stesso con la buccia degli agrumi dopo la spremitura industriale e con il gambo dell'ananas, staccato al momento della raccolta e quasi mai destinato alla tavola. La filiera agroalimentare, per come si è organizzata nel secolo scorso, scarta con precisione chirurgica i tessuti che la pianta ha costruito per difendersi.

L'Upcycling Food nasce dall'osservazione di quel paradosso. Nel 2023 l'Unione Europea ha generato 58,2 milioni di tonnellate di rifiuti alimentari, circa 130 kg per abitante, e il 19% del totale arriva dalla trasformazione industriale di alimenti e bevande (24 kg per abitante). Dentro quei 24 kg ci sono bucce, membrane, gambi, panelli di spremitura: materiale che, se raccolto nelle condizioni giuste, resta perfettamente idoneo all'uso alimentare.

Nella guida trovi tre cose. Che cosa significa davvero Upcycling Food (e in che modo si distingue dal riciclo, con cui viene confuso di continuo), come funziona il percorso industriale che porta da un sottoprodotto a un estratto standardizzato, e con quali criteri riconoscere un prodotto nato da una filiera di recupero.

Alla fine il tema si stringe su un settore preciso: la nutraceutica, dove la circolarità ha smesso da tempo di essere una dichiarazione d'intenti ed è diventata una scelta di approvvigionamento.

Che cos'è l'Upcycling Food: definizione, origine e differenze con il riciclo

L'Upcycling Food è la pratica di trasformare sottoprodotti alimentari sicuri e commestibili (bucce, membrane, semi, gambi, panelli di spremitura) in ingredienti di valore superiore destinati all'alimentazione umana, invece di destinarli a mangime, compost o smaltimento.

Scarti e sottoprodotti alimentari mediterranei, come bucce di agrumi, vinacce e melograno, trasformati in polveri ed estratti naturali attraverso processi di upcycling.

Il termine upcycling circola dagli anni Novanta, quando venne usato nel design e nell'edilizia per indicare il riuso di un materiale in un manufatto di valore maggiore rispetto all'originale. L'applicazione al cibo è più recente e ha una data di nascita abbastanza precisa: nell'ottobre 2019 negli Stati Uniti nasce l'Upcycled Food Association, che per prima mette per iscritto una definizione condivisa di upcycled food.

Da lì il concetto si è spostato con rapidità dal mondo degli snack a quello degli ingredienti funzionali. Le stime sulle dimensioni del mercato variano parecchio tra un istituto di ricerca e l'altro, ma la direzione è leggibile anche senza numeri: il perimetro della categoria si è allargato dai prodotti finiti agli ingredienti destinati all'industria, e con esso il numero di aziende che scelgono di certificare il percorso della propria materia prima.

Upcycling, riciclo e recupero: tre concetti da non confondere

La differenza sta tutta nel valore del materiale in uscita rispetto a quello in entrata. Ti serve per capire quando un'azienda usa il termine con proprietà e quando invece lo appiccica a un'operazione di comunicazione.

●       Upcycling: il valore aumenta. Il materiale sale di categoria d'uso. Le membrane residue della spremitura diventano un estratto titolato per l'alimentazione umana.

●       Recycling: il valore resta sullo stesso livello. Le fibre residue rientrano in un altro prodotto alimentare come ingrediente di riempimento.

●       Downcycling: il valore scende. Il materiale esce dalla catena alimentare e finisce in mangimistica, compostaggio o digestione anaerobica per biogas.

Nessuna delle tre pratiche è sbagliata in sé. Il compostaggio e il biogas restano destinazioni sensate per le frazioni prive di un uso alimentare. Il punto è l'ordine di priorità: prima si estrae il valore più alto, poi si scende.

Scarti, sottoprodotti e co-prodotti: cosa dice il quadro normativo europeo

Qui il linguaggio comune e quello giuridico divergono, e la distinzione ha conseguenze pratiche sulla sicurezza di ciò che compri. La direttiva quadro sui rifiuti (2008/98/CE) fissa all'articolo 5 le condizioni perché una sostanza sia considerata sottoprodotto e non rifiuto:

●       l'ulteriore utilizzo della sostanza deve essere certo;

●       l'impiego deve avvenire senza trasformazioni diverse dalla normale pratica industriale;

●       la sostanza deve nascere come parte integrante di un processo di produzione;

●       l'utilizzo successivo deve essere lecito sul piano sanitario e ambientale.

Il passaggio da tenere a mente è il seguente: un sottoprodotto destinato all'uso alimentare non è mai uscito dalla filiera del cibo. Resta soggetto al regolamento (CE) n. 178/2002 sui principi generali della legislazione alimentare e agli obblighi di igiene del regolamento (CE) n. 852/2004. Tracciabilità documentale, requisiti igienici degli impianti, analisi su contaminanti e parametri microbiologici valgono per la buccia come per il succo. Nessun materiale viene ripescato da un cassonetto e riportato dentro la catena alimentare: sarebbe illegale, oltre che impraticabile.

Upcycled Food: dal movimento internazionale alle certificazioni

L'Upcycled Food Association ha costruito attorno alla propria definizione uno standard di certificazione di parte terza, Upcycled Certified, oggi l'unico schema internazionale dedicato in modo specifico alla categoria. Copre alimenti, bevande, integratori alimentari, cosmetici e prodotti per la cura della persona.

Le soglie sono due, e ti aiutano a leggere le etichette che le riportano:

●       Upcycled Ingredient (UI): almeno il 95% di input recuperati in peso, acqua aggiunta esclusa;

●       Product Containing Upcycled Ingredients (PUI): almeno il 10% di input recuperati in peso;

●       audit di filiera obbligatorio, che verifica l'origine del materiale e la quantità effettivamente sottratta allo smaltimento.

Una precisazione che conta: la certificazione non riguarda le proprietà nutrizionali dell'ingrediente. Attesta il percorso, non l'effetto.

Come funziona l'economia circolare applicata all'industria nutraceutica

Il modello lineare che conosciamo tutti (si produce, si usa, si getta) ha un difetto di progettazione: tratta come punto finale ciò che invece contiene ancora risorse. L'economia circolare ribalta la sequenza e considera ogni uscita di processo come un possibile ingresso di un altro processo. Applicata al settore degli integratori, la circolarità si muove su tre leve.

●       Riduzione degli scarti in produzione: meno materiale perso lungo le fasi di lavorazione, dal ricevimento della materia prima al confezionamento.

●       Valorizzazione dei sottoprodotti come materia prima: le frazioni non destinate al consumo diretto diventano input di estrazione.

●       Allungamento della catena del valore agricola: la stessa raccolta alimenta più flussi commerciali invece di uno solo.

La terza leva è la meno visibile al consumatore e la più interessante sul piano economico, perché cambia i conti di chi coltiva. Trovi un approfondimento sul modo in cui Esserre imposta i rapporti a monte nella pagina dedicata alla catena di fornitura del valore.

Il modello a cascata: dare a ogni frazione la destinazione di maggior valore

Il principio si chiama cascading use e stabilisce una gerarchia: da una stessa biomassa si ricavano in sequenza flussi di valore decrescente, a partire dal più alto. Prendi la lavorazione industriale del melograno.

●       Primo flusso, il succo: destinato al consumo diretto, è il prodotto principale della lavorazione.

●       Secondo flusso, i composti fenolici: estratti da bucce e membrane, alimentano l'industria nutraceutica e quella cosmetica.

●       Terzo flusso, la frazione fibrosa: quel che resta dopo l'estrazione trova impiego in mangimistica.

●       Quarto flusso, la biomassa esausta: chiude il ciclo in compostaggio o in digestione anaerobica.

Ogni passaggio recupera ciò che il precedente ha lasciato, e nulla salta direttamente all'ultimo gradino.

Che cosa cambia per l'agricoltore e per il territorio

Per chi coltiva, un sottoprodotto valorizzato è una seconda voce di ricavo sulla stessa superficie e sulla stessa raccolta. Si aggiunge un risparmio meno appariscente: lo smaltimento delle biomasse di lavorazione ha un costo, e trasformarlo in un conferimento remunerato inverte il segno di quella voce di bilancio.

Sul piano territoriale l'effetto è più lento e più interessante. Le colture mediterranee che reggono male il confronto di prezzo con le produzioni intensive di altri continenti trovano una ragione economica in più per restare in piedi. Un frutteto di melograni in Puglia o in Sicilia diventa sostenibile anche grazie al valore di ciò che, fino a pochi anni fa, veniva considerato un problema logistico. La filiera si accorcia, la tracciabilità migliora, e il concetto di dieta mediterranea si estende dal piatto al modo in cui il cibo viene prodotto.

Perché gli scarti agroalimentari sono così ricchi di composti bioattivi

La spiegazione è biologica e piuttosto elegante. La polpa di un frutto ha una funzione: attirare chi la mangerà e disperderà i semi. Le parti esterne hanno la funzione opposta, cioè proteggere quei semi da raggi ultravioletti, microrganismi, insetti e stress ossidativo fino al momento della maturazione. Per farlo, la pianta accumula lì i metaboliti secondari più concentrati: polifenoli, tannini idrolizzabili, flavonoidi, enzimi.

Melograno aperto con buccia, polpa e semi in evidenza; strutture molecolari illustrano la concentrazione di composti bioattivi nelle parti esterne del frutto.

Vale la pena precisare un punto, perché in rete circola molta confusione. Le informazioni che seguono descrivono la composizione chimica di alcune matrici vegetali documentata dalla letteratura scientifica, con i riferimenti puntuali in fondo all'articolo. Non descrivono effetti sull'organismo: quelli, quando esistono e sono riconosciuti, seguono regole di comunicazione diverse e più strette, di cui parliamo più avanti.

Dove si concentrano polifenoli, enzimi e fibre nel frutto

Melograno. Buccia e semi insieme costituiscono circa metà del peso del frutto intero, e il contenuto di composti fenolici della buccia risulta più alto rispetto a polpa e semi, con presenza di punicalagina, acido ellagico e altri ellagitannini [1]. È il motivo per cui gli estratti da frutto intero hanno un profilo diverso da quelli ottenuti dal solo succo. Se vuoi approfondire la composizione del frutto, sul blog trovi un contenuto dedicato al melograno e uno più tecnico su antocianine ed ellagitannini.

Ananas. La bromelina è un complesso di enzimi proteolitici presente in tutta la pianta, ma distribuito in modo disomogeneo, con forme diverse nel fusto e nel frutto [2]. La fonte industriale classica è il gambo, che da solo costituisce circa il 20% degli scarti generati dall'industria di trasformazione dell'ananas [3]. Un tessuto non commestibile, disponibile in grandi quantità, ricco dell'enzima che interessa.

Agrumi. La trasformazione industriale degli agrumi lascia come sottoprodotto circa il 50% del frutto intero, in larga parte buccia [4]. L'esperidina, il flavanone più studiato del genere Citrus, si trova in concentrazione maggiore nella buccia rispetto al succo e ai semi [4], e viene isolata dai residui di lavorazione.

Dal frutto intero all'estratto standardizzato: cosa cambia nel profilo fitochimico

Un estratto ottenuto dal frutto intero attraversa tessuti diversi (buccia, membrane, polpa, semi) e porta con sé un ventaglio di molecole più ampio rispetto a un estratto ricavato dalla sola polpa. Il vantaggio non sta nella quantità in sé, ma nella varietà del profilo fitochimico che ne risulta.

Accanto all'ampiezza del profilo, c'è un altro elemento che caratterizza un estratto vegetale: la standardizzazione. Si parla di estratto standardizzato quando il processo produttivo porta ogni lotto a contenere una quantità nota e costante dei composti di riferimento. La misura di quella quantità si chiama titolazione.

Come si trasforma uno scarto agroalimentare in un estratto: le fasi del processo

Il percorso dal sottoprodotto all'ingrediente finito si articola in quattro fasi. Ognuna ha responsabili diversi e controlli diversi, e ognuna può compromettere il risultato delle successive.

1. Selezione e tracciabilità della materia prima di recupero

Non tutti gli scarti sono idonei. La selezione lavora su tre parametri:

●       Origine: quale impianto di trasformazione, quale zona di coltivazione, quale varietà.

●       Stato di conservazione al momento del conferimento, con attenzione alle matrici ricche d'acqua, che degradano in fretta.

●       Tempo trascorso tra la lavorazione e la raccolta del sottoprodotto: i composti fenolici sono sensibili all'ossidazione, e una buccia raccolta a distanza di giorni ha un profilo diverso da una raccolta subito.

Su questa fase si costruisce la tracciabilità documentale, che accompagnerà il lotto fino al prodotto finito. È anche il momento in cui una parte del materiale viene esclusa e destinata ad altri usi: la selezione a monte distingue il recupero alimentare dalla semplice gestione di un rifiuto.

2. Estrazione: metodi, solventi e resa in composti bioattivi

L'estrazione separa le molecole d'interesse dalla matrice vegetale. I metodi convenzionali usano acqua, alcol etilico o loro miscele; le tecnologie assistite (ultrasuoni, microonde, liquidi pressurizzati) intervengono sulle pareti cellulari per aumentare la resa e ridurre tempi e consumo di solvente.

La scelta pesa sul risultato più di quanto si immagini: a parità di materia prima, il solvente impiegato e le condizioni di processo cambiano in modo sensibile la quantità di composti fenolici che finisce nell'estratto. È una delle ragioni per cui due estratti nominalmente identici possono avere profili molto distanti.

3. Standardizzazione e controllo qualità dell'estratto

Standardizzare significa portare ogni lotto entro un intervallo definito di contenuto nei composti marker.

In parallelo corre il piano analitico di sicurezza, che comprende la ricerca di:

●       contaminanti di origine ambientale e agricola;

●       metalli pesanti;

●       residui di solvente impiegato in estrazione;

●       carica microbica e parametri microbiologici;

●       micotossine, dove pertinente per la matrice.

4. Dalla materia prima al prodotto finito

L'ultima fase riguarda la formulazione (quali ingredienti si combinano, in quali dosaggi, con quali eccipienti), la scelta della forma d'uso (bustina, compressa, flacone) e la verifica di conformità dell'etichetta.

Su quest'ultimo punto la normativa è netta. Il regolamento (CE) n. 1924/2006 disciplina le indicazioni nutrizionali e sulla salute, mentre il regolamento (UE) n. 432/2012 elenca quelle autorizzate [9]. Gli effetti fisiologici comunicabili sono riferiti ai singoli ingredienti contenuti nell'integratore e non al prodotto nel suo complesso: una distinzione che sembra formale e che invece cambia la sostanza di ciò che un'azienda può scrivere.

I vantaggi dell'Upcycling Food per l'ambiente, la filiera e il consumatore

Di seguito vi descriviamo i diversi vantaggi dell'Upcycling Food.

Impatto ambientale: suolo, acqua ed emissioni evitate

Un ingrediente ricavato da un sottoprodotto parte da una materia prima già coltivata, già irrigata, già raccolta e già trasportata. Non richiede nuove superfici agricole né acqua aggiuntiva per l'irrigazione, e l'impronta ambientale della fase agricola resta attribuita al prodotto principale. Restano a carico dell'estratto la logistica del conferimento e il processo di estrazione, con il suo consumo di energia e solventi.

C'è poi il capitolo delle emissioni evitate. Le biomasse alimentari che si decompongono in discarica liberano metano, e il peso complessivo del fenomeno è tutt'altro che marginale: secondo la Commissione Europea, se lo spreco alimentare dell'Unione fosse uno Stato membro, sarebbe il quinto emettitore di gas serra dell'UE [10]. Sottrarre materiale a quel flusso ha un effetto misurabile, che i produttori seri quantificano con studi di analisi del ciclo di vita (LCA) anziché con dichiarazioni generiche.

Bucce di agrumi, melograno e vinacce raccolte in un impianto alimentare per essere recuperate e trasformate, evitando il conferimento in discarica.

Valore economico per la filiera agricola mediterranea

Per il produttore agricolo il conto è diretto: entrata aggiuntiva sul conferimento del sottoprodotto, uscita in meno sullo smaltimento. Per il territorio l'effetto si vede sulla tenuta delle colture tipiche, che restano economicamente sostenibili anche quando i margini sul prodotto principale si assottigliano.

Su scala più ampia, la domanda di sottoprodotti da parte dell'industria nutraceutica sta creando un mercato dove prima esisteva un costo. Le colture del bacino mediterraneo (agrumi, melograno, uva, olivo) hanno tutte una frazione di lavorazione che la ricerca sta studiando in chiave di valorizzazione.

Che cosa ne guadagna chi acquista il prodotto finito

Qui bisogna essere onesti e precisi. L'origine upcycled di un ingrediente non ti dice nulla sui suoi effetti: quelli dipendono dalla molecola, dalla quantità e dalle evidenze disponibili, come per qualunque altro ingrediente. Quello che l'origine ti dice riguarda altro:

●       stai acquistando un estratto ricavato da una parte di pianta ricca di composti bioattivi, spesso più ricca di quella comunemente consumata;

●       dietro il prodotto c'è una filiera documentata, perché senza tracciabilità il recupero alimentare non sarebbe possibile;

●       la tua scelta d'acquisto sottrae materiale a un flusso di smaltimento.

Tre informazioni verificabili, senza promesse aggiuntive.

Tre esempi concreti di Upcycling Food: melograno, ananas e agrumi mediterranei

La teoria regge solo se atterra su filiere reali. Ecco tre casi in cui il recupero di un sottoprodotto ha generato un ingrediente usato oggi nell'industria degli integratori.

Melograno: gli scarti della spremitura come fonte di polifenoli

Nella produzione di succo di melograno, buccia e membrane carpellari vengono separate e scartate. Sono la porzione che concentra punicalagina A e B, acido ellagico e derivati [1], e per decenni hanno seguito la strada del compostaggio o della mangimistica.

PunicaPLUS® nasce da qui. È un estratto secco ricavato dal frutto intero di melograno mediterraneo (Punica granatum L.), derivato dagli scarti alimentari della lavorazione del succo, e contiene diversi composti bioattivi tra polifenoli, punicalagine, acido ellagico e suoi derivati. La scelta del frutto intero come matrice di partenza spiega l'ampiezza del profilo. Se ti interessa il lato scientifico, sul sito trovi approfondimenti sulla modulazione del microbiota da parte degli estratti ad alto contenuto di ellagitannini e sui polifenoli del melograno insieme alle vitamine idrosolubili.

Ananas: la bromelina che nasce dagli stipiti

Il gambo dell'ananas (Ananas comosus (L.) Merr.) non arriva sulla tavola: viene separato durante la raccolta e la prima lavorazione. È però la fonte industriale storica della bromelina, il complesso di proteasi che ha reso interessante la pianta per l'industria alimentare e per quella nutraceutica [2].

Le proteasi vegetali sono enzimi che scindono i legami tra gli amminoacidi delle proteine. Nella pianta svolgono funzioni di difesa e di rimodellamento dei tessuti; nell'industria alimentare vengono usate da tempo, per esempio nell'intenerimento delle carni.

Sul versante degli integratori, l'Ananas comosus (L.) Merr. rientra tra gli estratti vegetali per i quali le linee guida ministeriali riconoscono alcune proprietà: le componenti riconducibili alla pianta contribuiscono al drenaggio dei liquidi corporei, risultano utili in caso di pesantezza delle gambe, favoriscono la funzionalità del microcircolo e contribuiscono a contrastare gli inestetismi della cellulite. Un quadro più esteso lo trovi nell'articolo dedicato alla bromelina e nella guida sul microcircolo.

Agrumi: la buccia come fonte di flavonoidi

La spremitura industriale di arance e limoni lascia una quantità di buccia pari a circa metà del frutto di partenza [4]. La buccia si divide in due strati:

●       il flavedo, lo strato esterno colorato, ricco di oli essenziali;

●       l'albedo, la parte bianca e spugnosa sottostante, dove si concentra la quota maggiore di flavonoidi.

L'esperidina si trova qui, in quantità superiore rispetto al succo e ai semi [4]. Un dettaglio chimico che vale la pena capire, perché ritorna in molte etichette: l'esperidina è un glicoside, cioè la molecola è legata a uno zucchero composto da ramnosio e glucosio, mentre la forma priva della porzione zuccherina prende il nome di aglicone.

L'approccio di Esserre: ricerca, filiera e valorizzazione del Mediterraneo

Lavorare su sottoprodotti mediterranei richiede una filiera costruita apposta. Serve un rapporto stabile con chi trasforma il frutto, servono tempi di conferimento compatibili con la deperibilità delle matrici, serve un processo di estrazione tarato su quella specifica materia prima. È una scelta di approvvigionamento che si prende a monte, in fase di ricerca, e che poi condiziona tutto il resto.

Il percorso di sviluppo di Esserre parte da qui e passa per la caratterizzazione analitica degli estratti, la valutazione delle evidenze disponibili in letteratura e la verifica di conformità delle informazioni comunicabili. Puoi leggere come è organizzata l'attività nelle pagine dedicate a ricerca e sviluppo scientifico, al modello MNS Nutrition e all'azienda.

Dalla ricerca alla formulazione: il percorso di PunicaPLUS®

PunicaPLUS® è l'esempio più chiaro di come una scelta di filiera diventi un ingrediente. Il punto di partenza sono gli scarti della lavorazione del succo di melograno mediterraneo, selezionati come materia prima di estrazione anziché come materiale da smaltire. Il punto di arrivo è un estratto secco da frutto intero con diversi composti bioattivi caratterizzati.

Sul melograno esiste una letteratura ampia, e parte del lavoro di ricerca è stata condivisa pubblicamente: trovi un esempio nella comunicazione sugli studi preliminari condotti con l'Università di Napoli Federico II e nella sezione ricerche scientifiche del blog.

I prodotti che nascono da questo approccio

Tre formulazioni della linea Esserre contengono ingredienti che arrivano da filiere di recupero.

●       Improve Energia: integratore a base di estratto di melograno PunicaPLUS®, vitamine del gruppo B e vitamina C. L'acido pantotenico, il folato, la niacina, le vitamine B2, B6, B12 e la vitamina C contribuiscono alla riduzione della stanchezza e dell'affaticamento; il folato e le vitamine B6, B12 e C contribuiscono alla normale funzione del sistema immunitario.

●       Improve Magnesio: a base di magnesio citrato, estratto di melograno PunicaPLUS® e vitamina C. Il magnesio contribuisce alla normale funzione muscolare, alla riduzione della stanchezza e dell'affaticamento e alla normale funzione psicologica.

●       Flomel 500: con Complesso MNS-58, a base di bromelina ed esperidina, con succo disidratato di ananas. Le componenti riconducibili ad Ananas comosus (L.) Merr. contribuiscono al drenaggio dei liquidi corporei e favoriscono la funzionalità del microcircolo.

Puoi esplorare le formulazioni complete nelle collezioni Improve e Flomel, oppure partire dalle aree di benessere se preferisci orientarti per esigenza.

Avvertenze. Gli integratori alimentari non vanno intesi come sostituti di una dieta varia ed equilibrata e di un sano stile di vita. Non superare la dose giornaliera raccomandata e attenersi al modo d'uso indicato in etichetta. Tenere fuori dalla portata dei bambini al di sotto dei tre anni d'età. L'integratore alimentare non può in alcun modo sostituire una terapia farmacologica. Prima di iniziare l'assunzione di qualsiasi integratore, consulta il tuo medico o lo specialista di riferimento, in particolare in gravidanza, durante l'allattamento, in età pediatrica o in caso di terapie in corso.

Domande Frequenti (FAQ)

Che differenza c'è tra Upcycling Food e riciclo alimentare?

L'Upcycling Food aumenta il valore del materiale di partenza: una buccia destinata al compost diventa un estratto per l'alimentazione umana. Il riciclo, invece, mantiene il materiale sullo stesso livello di valore o lo abbassa, come accade quando gli scarti vegetali finiscono in mangime o in biogas.

Gli ingredienti ottenuti da scarti alimentari sono sicuri?

Sì, quando restano dentro la filiera alimentare. Un sottoprodotto destinato all'uso alimentare è soggetto agli stessi obblighi igienico-sanitari della materia prima: tracciabilità, requisiti di igiene, analisi su contaminanti, metalli pesanti e parametri microbiologici. Non entra nel circuito dei rifiuti e non torna indietro da lì.

Un estratto da sottoprodotto è meno concentrato di uno da frutto fresco?

Non necessariamente. La concentrazione dipende da quale parte della pianta si utilizza e da come avviene l'estrazione, non dalla destinazione commerciale originaria. In diversi frutti le parti esterne contengono più composti fenolici della polpa, e la letteratura scientifica documenta il fenomeno per melograno e agrumi.

Come faccio a sapere se un integratore contiene ingredienti upcycled?

Leggi l'elenco ingredienti e cerca l'indicazione della parte di pianta utilizzata: stipiti, buccia, frutto intero. Poi verifica sul sito del produttore le informazioni sulla filiera e sulla provenienza della materia prima. Un'eventuale certificazione di processo è un ulteriore elemento di riscontro.

L'Upcycling Food riguarda solo gli integratori?

No. Il principio attraversa tutto il settore alimentare: farine dalle trebbie della birrificazione, snack dalla polpa residua della spremitura, oli dai semi, bevande dalla buccia del caffè. La stessa logica si applica in cucina, ogni volta che una parte commestibile viene usata invece di essere buttata.

Che cos'è la certificazione Upcycled Certified?

È lo schema di certificazione di parte terza promosso dall'Upcycled Food Association, l'associazione statunitense nata nel 2019 che ha definito il termine upcycled food. Verifica tramite audit l'origine della materia prima recuperata e la quota di input upcycled presente nell'ingrediente o nel prodotto finito.

Riferimenti scientifici

[1] International Journal of Food Science, 2022. PMCID: PMC9314001

[2] Life, 2021. PMCID: PMC8067380

[3] Food Hydrocolloids, 2018. DOI: 10.1016/j.foodhyd.2018.01.011

[4] Applied Sciences, 2024. PMCID: PMC10856249